Le tre domande

E’ un libro per bambini, che ho letto oggi a cicalina. Finisce cosi’ (liberamente tradotto):
“Ricorda che c’e’ un solo tempo importante, e quel tempo e’ ora. La persona piu’ importante e’ quella con cui sei. E la cosa piu’ importante da fare e’ il bene per chi ti sta a fianco. Queste, mio caro ragazzo, sono le risposte a quanto di piu’ importante c’e’ al mondo. Ecco perche’ siamo qui”.
T.
Vecchio giovane con mani grandi e troppa luce negli occhi.
Incrocio i tuoi occhi incontrandoti e ne leggo il sorriso. Abbasso i miei, chissa’ cosa ci vedresti tu. Ora sai che a volte, quando distratta da un pensiero, un’ombra, o una risata non mi accorgo del tuo arrivo e mi ritrovo d’improvviso i tuoi occhi a frugarmi dentro, inchiodo il mio sguardo nel tuo.
Leggici dentro, non mi nascondo. Cosa cambia, alla fine? Passo oltre senza salutarti e il tuo sguardo continua a scaldarmi, mentre mi allontano al fianco del nostro jocker privato che ride.
Una canzonetta per te: “The next step you’ll take” – Club 8
we’ll look out for you
thirty two
it’s not so young here
the things you would say
the things you would do
it never really shows
you go slowly
you go sideways
and no-one really waits
speak softly
and quietly
in everything you say
I’m not the one who waits
for the next step you will take
are you hoping to grow
or just grow cold
and let troubles go
the life you built up
at twenty two
is it what you still want to do?
you go slowly
you go sideways
and no-one really waits
speak softly
and quietly
in everything you say
i’m not the one who waits
for the next step you will take
surely time will come to an end soon
but it’s still on your side
and everything must come to an end here
but you can still leave gracefully
Grazie, al dio della parola scritta o narrata
“The unexamined life is not worth living.” —Socrates
(dal sito del film: http://www.zeitgeistfilms.com/examinedlife/ )
una lavagna ed un pezzo di gesso
Ha avuto una splendida idea. Io pensavo di riempire il vuoto di quel muro, in cucina, con un quadro, una foto gigante di un paesaggio di colline, vigne e cipressi. Ma lui ha avuto un’idea migliore. Una lavagna, una grande lavagna come quelle di scuola, con il bordo inferiore generoso ed accogliente per i gessi e la polvere del ripensamento. L’abbiamo comprata ad un ingrosso di forniture scolastiche.
Una volta a casa, ha aspettato con pazienza per un paio di settimane, appoggiata ad un muro nell’ingresso, il tempo e la voglia di chi doveva appenderla. Ma Cicalina non ha aspettato, e avendola li’ a portata di mano, ad altezza di bimba, ha dipinto un quadro realistico di quel che saranno gli anni a venire: scarabocchi, gessi colorati e manine appiccicose.
Una lavagna e’, per me, paesaggio mutevole, generoso, che mi presenta ogni giorno cio’ che voglio leggere e cullare nel cuore finche’ l’uso e l’abuso, o un diverso stato d’animo, lo privino di significato. Si presta a cambiamenti d’animo e d’umore, e mi ricorda ogni giorno, quando mi alzo (messa com’e’ li’ sopra alla macchina del caffe’) che sta a me riempire il grigio.
Oggi, dice cosi’:
“So with the lamps all put out,
the moon sunk,
and a thin rain drumming on the roof
a downpouring of immense darkness began.”
Virginia Woolf
Cosi’
con le lampade spente,
la luna affondata,
ed il tambureggiare di una pioggia sottile sul tetto
inizio’ un diluvio di oscurita’ immensa.
.
Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’e’ nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
a si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
e’ un rifugio tranquillo, nel sole calante,
piu’ che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son gli occhi nel mare, che traspaiono a volte.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
e’ scomparsa una notte e non torna mai piu’.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perche’ gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.
Cesare Pavese, 15 agosto 1935
La mia amica L.
Foto di Michael Ging
Ci siamo conosciute in una terra di nessuno. Io italiana, lei dal Nord dell’Inghilterra (la regione dei grandi laghi, ne va fiera). Alle spalle aveva la morte recente di sua madre. Una grande casa di famiglia ormai vuota, mobili coperti, il servito da the’ a fiori di sua madre, ricordi di pane tostato, lemon spread e the’ caldo al ritorno da passeggiate a cavallo. Davanti non guardava. Quando la conobbi, tre anni fa, aveva lasciato un lavoro all’universita’ di Londra ed era approdata nel sud degli Stati Uniti tra le braccia di un amore biondo da poco conosciuto. Ripensandoci adesso, credo che allora volesse soltanto partire, non importa per dove, e nascondersi nel presente, senza passato ne’ futuro.
Ci siamo conosciute ad una festa di Natale. Si e’ presentata, poche parole e un numero di telefono. Qualche giorno dopo eravamo in macchina insieme, un’ora di guida verso una citta’ vicina con un piccolo circolo del cinema in periferia che non proietta film hollywoodiani; credo che quella sera guardammo Vera Drake. Da allora di parole ne seguirono tantissime. Andai spesso a trovarla nella casa in cui viveva, la casa del suo uomo. Il giardino incolto un parcheggio di mezzi agricoli, la vernice bianca che si staccava dalle assi di legno del portico. La casa in cui gli uomini di quella famiglia entravano senza bussare, senza scuotersi la terra dagli scarponi, e andavano diretti al frigo a servirsi una birra. Casa di cui lei e’ sempre stata ospite, non padrona. Ricordo che andavo a trovarla spesso, quando lui era fuori. Tra il rumore incessante del condizionatore alla finestra e il caldo soffocante, sceglievamo il secondo, e poi uscivamo, gia’ sudate, a camminare nel pascolo di terra rossa, argillosa, fino al torrente. Lei magra, pallida e bionda con il blu stanco degli occhi era allora all’ultimo mese di gravidanza; mia figlia sarebbe nata dopo altri sei mesi invece, ma io avevo perso l’equilibrio sotto il peso di quelle nausee possenti, l’avversita’ schiacciante di quell’angolo di mondo e il caldo opprimente all’inizio di un’estate interminabile.
E dopo, sono stata io a prendermi cura di lei. Veniva a casa mia e le facevo trovare un letto fresco ed una camera in penombra. Anche i bambini giocavano piano quando lei riposava. Quando si svegliava, un the’ caldo e qualcosa di dolce. Era allora che, a volte, piangeva e raccontava di lui. E non c’e’ molto da dire o da fare, anche se dentro pensi che lei non appartiene a quei luoghi, quell’uomo e quella vita. Lasci che racconti, le riempi la tazza di the’ e, quando le lacrime sono asciutte, la porti fuori, a vedere qualcosa di bello. E la guardi sorridere.
Dopo il mio trasloco ci siamo perse. Poche telefonate dalle linee capricciose lasciano poco spazio alle parole sentite, figuriamoci ai silenzi. Ma ha una forza nuova, che non aveva quando l’ho conosciuta, e non sapeva di avere nell’anno seguente: Leanda e’ madre.
cantano le cicale
Foto di Simonas Gutautas
Oggi, bella giornata. Sono tornata a casa e lui aveva tagliato l’albero con le spine sul retro (un tipo di acacia, forse? Non ne avevo mai visti cosi’, ma non lo volevo in giardino), e accanto alla porta di casa aspettava paziente, in un grande vaso di plastica, una magnolia jane. Io ho fatto scorrere l’acqua calda, Cicalina ha aggiunto i sali ed assieme abbiamo fatto un bagno di mezz’ora nuotando, cantando, e insaponandoci a vicenda.
E, stasera per la prima volta quest’anno, sono tornate le cicale.
3:10pm
“I like Italy, happy country!” dice Mikhail, tassista russo in servizio a Columbus, Ohio. Lui in America ci sta “da prima che nascessi tu!”. Lascio’ Mosca quando aveva 19 anni, e non c’e’ piu’ tornato “perche’ ho paura a tornarci, non me ne sono andato in regola”. Ride forte, suona il telefono e si lancia in una conversazione in russo di cui capisco solo “Hillary” e “Obama”. Poi si scusa e mi dice: “ma figurati se fanno un presedente nero, qui. Se fanno un nero presidente me ne vado”. Guardo fuori dal finestrino e penso che Mikhail sembra un tipo che si arrabbia facilmente, ad espolsioni inaspettate e deflagranti, e che sua moglie non deve avere una vita facile.
Aeroporto, altoparlante, musica al bar, musica al bagno, musica sull’autobus, musica in areo…sempre diversa. Ho un’overdose da sottofondo musicale. Socchiudo gli occhi piano e penso che torno a casa. Da una vocina che mi ha lasciato un messaggio in segreteria, ieri sera: un messaggino con le labbra vicine vicine al microfono, con paroline inglesi e italiane che affiorano da un mix intraducibile che termina con “mommy, love you, ciao”.
Mi siedo sulla poltroncina e mi faccio piccina, per lasciare un po’ piu’ spazio all’uomo seduto accanto a me: maglia e pantaloni scuri come la sua pelle, tanto alto che l’abitacolo dell’aereo sembra rimpicciolirglisi intorno. Apre un libro che non so, ma leggo il titolo del capitolo “Us and them”, noi e loro. Socchiudo gli occhi al tepore del sole dall’oblo’ e gioco a pensare a tutti i noi e loro che mi vengono in mente: bianchi e neri, grandi e bambini, uomini e donne, terrestri e marziani, noi (la mia famiglia) e le formiche rosse che mordono -in giardino, presente e passato, i perplessi e i convinti, noi che siamo qui e loro che non lo sono…presto saro’ a casa.
La pecora bruna
E’ la prima aggredita dal lampo e dal lupo,
lo scherzo di mala fortuna che guasta il colore uniforme
del bianco di gregge.
Il giorno la scaccia, la notte l’accoglie
nel buio d’acqua ragia che scioglie colore e contorno
e fa che assomigli alle altre.
La notte e’ piu’ giusta del giorno.
In faccia al pericolo il grido piu’ limpido e’ il suo,
sul ghiaccio dell’alba la traccia e’ battuta da lei.
Dove corre il confine, lei sola rasenta la siepe di more,
e chi si e’ smarrito si tiene al di qua della pecora bruna,
che fa da frontiera alla vita veloce, feroce, che tregua non da’.
Erri De Luca
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