Archivio per Ottobre 2007|pagina archivio mensile

He and I

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di Tom Snadii.

Istantanea

Alto ma proporzionato, con mani forti, e dita lunghe. Quarant’anni, forse quarantacinque. Non di piu’. I capelli ricci, castani, gli sfioravano le spalle. Vestiva sempre un paio di blue jeans, ed un maglione di lana. Non elegante, no collo alto, no stile irlandese, norvegese, o milanese del centro. Un semplice maglione verde o blue scuro, di lana shetland ruvida. Nel lavorare si tirava su le maniche e vedevi la solidita’ dei suoi polsi. Una di quelle cose che non ti aspetti ma poi ti scopri a spiare di nascosto. Era difficile incontrare il suo sguardo. Schivo, rispondeva a mezze parole, quasi irritato dalla presenza altrui. Ma a sera, quando pochi ormai erano in giro, quando l’aria diventava scura intorno e le luci si accendevano negli interni delle case nella valle di fronte a noi, si avvicinava e parlava piano. Un paio di parole, frasi senza importanza. Ma ti permetteva, allora, di guardarlo in viso. E capivo perche’ rifuggiva quel contatto: guardarlo negli occhi era come guardargli dentro. Il volto stanco e segnato, un’espressione dolente, rassegnata. Lasciavo che trovasse la sua strada, durante quelle conversazioni strane sul far della sera. A quell’ora riesci ancora a distinguere il profilo delle colline che sai a memoria, le fronde degli ulivi ed i tuoi passi indovinano nel buio il sentiero conosciuto. Non accendevamo le luci, non ancora. Io chiudevo gli occhi per qualche istante, giocando con le diverse tonalita’ del buio. Quando li riaprivo lo vedevo sorridere infine; gli occhi due piccole fessure brillanti. Aveva un sorriso triste, come se si sentisse in colpa e si rimproverasse quella debolezza.

Un paio di anni dopo, quando ancora non sapevo di avere un ricordo col suo nome, udii un frammento di altrui conversazione che lo riguardava. Aveva lasciato la moglie, ricominciato da zero. Non l’ho piu’ incontrato, ma ogni tanto lo penso e gli auguro tutto il bene che posso.

F.

Mi rimprovero la mia nostalgia.

Ma non e’ quello che avevo che mi manca. Quello che sono adesso l’ho scelto, e lo sceglierei di nuovo. Ma ricordo come il sangue lo sentivo scorrere nelle vene, semplicemente uscendo di casa al mattino presto. Se chiudo gli occhi, ricordo il mio piede sulla strada sterrata del C., la sabbia di San Rossore che attutiva i passi, e la terra molle dei poggi di Vorno. Troppo facile richiamare i suoni, e gli odori. La consapevolezza acuiva i sensi. Il battere irregolare del trotto di un cavallo zoppo. O su di me lo sguardo di F., prima che lo incrociassi col mio. Mi guardavo intorno, e ricordo di aver pensato come allenare cavalli da corsa fosse un po’ come fare il venditore di sogni. Non per gli spettatori del fine settimana, ma per la varia umanita’ che passa la mano, piano, sul corpo caldo dell’animale appena sellato la mattina prima dell’alba, che si ferma a guardarlo sgroppare libero in un paddock, o ne ascolta il respiro regolare dopo aver spento le luci della scuderia.

Il lavoro era fisico, le mani sporche ed indurite, la schiena a volte dolente. Ma poi, di nuovo, si condivideva un sogno. All’ora di pranzo F. ed io andavamo a sederci al riparo delle dune. Non parlavamo molto, guardavamo il mare e fumavamo in silenzio. Non c’e’ mai stato nient’altro che ritrovarci negli occhi l’uno dell’altro.

This night had thousand eyes

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foto di Ben Goossens

Voglia di una stradina lastricata in citta’ in cui passeggiare, di brividi di tarda serata autunnale, di vino rosso in corpo e una sigaretta tra le dita. D’ottobre l’aria di notte ha un odore diverso; l’estate e’ finita. 

L.

La donna aveva capelli azzurrini e piccole mani in cui un velo di pelle trasparente copriva una rete di vene forti. Aveva un che di fragilita’ solo apparente, ma mentre si sedeva rigidamente in quel divano scomodo di un altrui salotto, gli occhi rimanevano vivaci ed attenti. Occhi che non si sorprendono facilmente.

Per me lei non c’e’ piu’, adesso, ed io per lei. Ho scelto la mia strada, e lei la sua. Se avesse voglia, o motivo forse, di parlarne, direbbe “suvvia, non c’e’ bisogno di far tante storie. Ognuno e’ padrone della sua vita”.

Ma i ricordi sono reali come queste mie dita che battono sui tasti. Ci rendono entrambe vere, a prova della nostra vita insieme. Mi ricordo le sue dita accarezzarmi i capelli a lungo, fino a quando mi addormentavo, nel suo grande letto dalle lenzuola di lino. La pendola batteva il ritmo di quelle notti silenziose ed interminabili, e la civetta lanciava il suo richiamo in lontananza. E mi ricordo di come, di nascosto a mio padre, mi faceva assaggiare l’ultima goccia nel suo bicchiere di whisky. E mi parlava di uomini: adoranti alcuni, spudorati altri. L’amore per suo marito non le impediva di sentirsi fiera del modo in cui altri uomini la guardavano.

Anche quando ero una bambina, mia nonna era, prima di tutto, una donna.