Archivio per Novembre 2007|pagina archivio mensile
.
Mannaggia, come ho fatto a perdere il tuo numero?
Te lo dico io come ho fatto: ti voglio cosi’ bene, amico mio, che l’ho sempre saputo a memoria. Diciassette anni, per l’esattezza. In cui non ho avuto bisogno di scriverlo mai, perche’ le mie dita lo trovavano al buio sulla tastiera.
Ed ora tu mi lasci un semplice messaggio: chiamami. E la mia memoria, per la prima volta, mi abbandona. E all’improvviso sono penosamente consapevole delle distanze materiali, della notte e l’oceano e di quanto freddo fa. Vuoto cassetti, tasche, borse e tasto alla cieca il fondo degli armadi.
Non l’ho trovato. Chiama di nuovo ti prego. Sono qui buona, che aspetto.
Occasioni
Martedi’, la giornata parte piano ma inaspettatamente prende un ritmo serrato. Sono una veterinaria; ho un paziente che sta male e non migliora con trattamento medico; devo parlare con il proprietario ma lui parla solo spagnolo. Ed eccolo, arriva accompagnato dai suoi due figli. Sono messicani, il padre indossa blue jeans e una camicia a quadri aperta sul petto; una cintura con una placca vistosa ed un cappello da cowboy e due baffi neri lunghi fino agli angoli della bocca. Il bambino piu’ piccolo avra’ 3 anni, ed e’ eccitato dall’ambiente nuovo, gli animali e le cose mai viste che si trova intorno. L’altro figlio, forse 8-9 anni, e’ composto, silenzioso. Non incontra il mio sguardo, ha un’espressione seria.
Lavora con me un infermiere costaricano, e stamani mi aiuta come traduttore. Spiego il problema, la gravita’ e l’unica possibilita’, chirurgica. La risposta arriva semplice e diretta, senza girarci intorno. “We don’t have that kind of money”, “Non abbiamo i soldi”. Ottengo il permesso per poter sopprimere il loro animale. Mi dispiace, cerco di farglielo capire ma sentimenti e comunicazione sono schiacciati dalla fretta e filtrati da una traduzione. I tre rimangono impassibili. Poi chiedono se e’ possibile fare una foto con il loro cavallo, prima che se ne vada.
Sono gia’ passata al prossimo paziente, quando mi sento tirare, piano, per la maglia. Il bambino piu’ grande ha lasciato il padre pochi metri piu’ in la’, ed in perfetto inglese mi chiede: “Cosa ci vuole per diventare dottore?” Io stupiderrima cado nel vuoto della domanda inaspettata, fuori dal contesto in cui tutti i miei pensieri si affollano e si affrettano. La sua domanda apre la porta di una stanza vuota, ed io lo guardo senza capire: cosa ci vuole? Poi, un paio di risposte, le prime e piu’ sciocche, si precipitano nella stanza vuota e sulle mie labbra: -devi andare a scuola…”Quanto?” chiede lui. -la scuola superiore, poi il college, poi l’universita’…”Grazie”.
Ora, sono due i pensieri che mi rimbombano in testa. Il primo, il loro dolore composto, silenzioso.
Il secondo, la mia occasione mancata. Mi sono passati davanti agli occhi una casa mobile, una TV sempre accesa ed un bambino messicano che vorrebbe fare il veterinario. Cosa ci vuole? Vorrei riavvolgere e rispondere, inginocchiata a guardarlo negli occhi, che basta volerlo, e lavorare duro.
Ma poi forse anche quella e’ una balla, in questa terra promessa di plastica e patatine fritte, in questo finto paese delle liberta’.
Lettera aperta, e poi richiusa.
Dimmi.
Un bel lavoro, la casa nuova, moglie a casa e i bimbi che gioia. Sport spericolati, sei un po’ pazzo…Bene.
Sono contenta per te? Ma si.
Che dire di me…E’ autunno, e mi metto una maglia pesante. Ho imparato che la vita non regala; ma di promesse non ne aveva mai fatte, in fondo. E la fatica che ci vuole non ne cancella la meraviglia. E’ autunno, le foglie la luce le ore non sono mai li stessi e i raggi di sole arrivano diretti al cuore e fanno un po’ male.
Essere amici…
Ma vedi, lo sei. Amico di una diciottenne spavalda e spaventata, che parlava parlava per bruciare la smania che le scorreva dentro, che amava non uno ma mille uomini, donne, cieli ed orizzonti. Poco opportuna; non affidabile.
Perche’ pensi adesso di volermi essere amico? Amico e’ colui con cui cammini in silenzio, mentre i vostri cuori si sciolgono piano, passo dopo passo.
C’e’ del bello nell’aver condiviso, e nell’andare avanti. A sera, cammino piano per non fare rumore, le mie mani spengono luci che non sai, l’abbaiare di un cane in lontananza fa da sottofondo al fuggi-fuggi dei miei pensieri, di cui a volte sono spettatrice impotente. Sono lontana, siamo lontani.
Dimmi…anzi, no.
Il mondo di Cicalina
Cicalina ha quasi due anni. Poco piu’ bassa dei suoi compagni d’asilo, misteriosi capelli biondi, due guance rosee in cui affondare la punta del naso.
Una passione per l’aria aperta, la terra, l’acqua e gli animali. Usciamo di casa di corsa al mattino, e lei grida “Bear, Bear, Bear”. Mi guardo intorno e le spiego che Bear, il cane del vicino, non c’e', e’ in casa, lo salutiamo piu’ tardi. Finche’ non lo vedo anch’io, nascosto dietro un’albero, immobile che ci guarda in silenzio, qualche metro piu’ in la’.
Leggiamo a sera e le pagine straripano di cervi, agnellini saltellanti, cani, gatti e coniglietti. Lei punta il ditino sullo sfondo ed ecco li vedo anch’io, una coccinella millimetrica, un bruco ed un grillo.
Poco prima di andare a letto, alza il dito verso il cielo e spalanca l’azzurro degli occhi: “eoplano” dice, e si, si sente un rombo di aereo, piano, in lontananza. Scende dalle mie ginocchia, corre fino al como’ e, in punta di piedi raggiunge una grossa conchiglia raccolta a fine Settembre su una spiaggia dell’Atlantico. La avvicina all’orecchio, mi guarda negli occhi, sorride e fa: “ohhh”. Poi, l’avvicina al mio orecchio.
Sogni d’oro, amore mio.
Torta paradiso
Da giorni, mesi, forse anni senza saperlo, la mancanza di casa e’ un dolore sottile ma continuo.
Ecco l’ho detto. In caso non fosse stato limpido e trasparente, leggendo il poco che ho scritto.
Dire nostalgia e’ una bella semplificazione, ma non ho voglia di pensarci o tentare di spiegare, adesso. Quello che mi fa sentire un lago di tristezza ferma a livello del diaframma sono le cose che andranno perse. Nella memoria di un anziano che si spenge, e non ha raccontato tutto. Nei miei occhi, perche’ le parole non sanno descrivere visioni, odori, sapori e cuore in gola. Nella fisionomia della nostra terra, paese, collina, che non sara’ piu’ come l’abbiamo vista noi, in un momento incantato.
Non pensavo a questo, ieri sera. Non pensavo proprio a nulla, a dire il vero, forse solo la lista involontaria delle cose rimaste da fare di una mamma a fine giornata. Preparavo, meccanicamente, una torta semplice. Due uova, un etto di burro, un etto e mezzo di zucchero, due di farina, dieci cucchiai colmi di latte. Cicalina oggi aveva una festina all’asilo per Halloween, e in mezzo a tante mamme di cupcakes, cheese crackers, chocolate-chip cookies and jelly-bellies, a lei le tocca la mamma della torta paradiso.
Poi, piano, ho realizzato che la torta paradiso me l’ha insegnata mia nonna, quando ero bambina.
Le e’ piaciuta.
Commenti (10)
Commenti (1)
Commenti (4)