Archivio per Marzo 2008|pagina archivio mensile
3:10pm
“I like Italy, happy country!” dice Mikhail, tassista russo in servizio a Columbus, Ohio. Lui in America ci sta “da prima che nascessi tu!”. Lascio’ Mosca quando aveva 19 anni, e non c’e’ piu’ tornato “perche’ ho paura a tornarci, non me ne sono andato in regola”. Ride forte, suona il telefono e si lancia in una conversazione in russo di cui capisco solo “Hillary” e “Obama”. Poi si scusa e mi dice: “ma figurati se fanno un presedente nero, qui. Se fanno un nero presidente me ne vado”. Guardo fuori dal finestrino e penso che Mikhail sembra un tipo che si arrabbia facilmente, ad espolsioni inaspettate e deflagranti, e che sua moglie non deve avere una vita facile.
Aeroporto, altoparlante, musica al bar, musica al bagno, musica sull’autobus, musica in areo…sempre diversa. Ho un’overdose da sottofondo musicale. Socchiudo gli occhi piano e penso che torno a casa. Da una vocina che mi ha lasciato un messaggio in segreteria, ieri sera: un messaggino con le labbra vicine vicine al microfono, con paroline inglesi e italiane che affiorano da un mix intraducibile che termina con “mommy, love you, ciao”.
Mi siedo sulla poltroncina e mi faccio piccina, per lasciare un po’ piu’ spazio all’uomo seduto accanto a me: maglia e pantaloni scuri come la sua pelle, tanto alto che l’abitacolo dell’aereo sembra rimpicciolirglisi intorno. Apre un libro che non so, ma leggo il titolo del capitolo “Us and them”, noi e loro. Socchiudo gli occhi al tepore del sole dall’oblo’ e gioco a pensare a tutti i noi e loro che mi vengono in mente: bianchi e neri, grandi e bambini, uomini e donne, terrestri e marziani, noi (la mia famiglia) e le formiche rosse che mordono -in giardino, presente e passato, i perplessi e i convinti, noi che siamo qui e loro che non lo sono…presto saro’ a casa.
La pecora bruna
E’ la prima aggredita dal lampo e dal lupo,
lo scherzo di mala fortuna che guasta il colore uniforme
del bianco di gregge.
Il giorno la scaccia, la notte l’accoglie
nel buio d’acqua ragia che scioglie colore e contorno
e fa che assomigli alle altre.
La notte e’ piu’ giusta del giorno.
In faccia al pericolo il grido piu’ limpido e’ il suo,
sul ghiaccio dell’alba la traccia e’ battuta da lei.
Dove corre il confine, lei sola rasenta la siepe di more,
e chi si e’ smarrito si tiene al di qua della pecora bruna,
che fa da frontiera alla vita veloce, feroce, che tregua non da’.
Erri De Luca
Viva.

Ci sono emozioni che mi hanno rimescolato dentro nelle ultime ventriquattr’ore. Le scrivo qui, per dar loro ordine, e poi forse a me pace.
Prima quelle egoistiche, che riguardano me. Rimpianto, senso di vuoto, di occasione perduta. Cosa volevi inviarmi, a quell’ indirizzo che non funzionava? Non ho potuto incontrarti. Quella sensazione illusoria di possibilita’ futura. Ed il futuro si faceva piccino ogni giorno di piu’, senza che io, cieca, me ne rendessi conto. Non mi sembra possibile pensare di non poter trovare, domani, una tua risposta a un mio commento. Ma voglio pensare (e so che e’ cosi’) che il vuoto, il dolore, la possibilita’ che non e’ piu’ siano in fondo solo un granello di sabbia, di fronte all’orizzonte che hai aperto ai miei occhi.
Di te ricordero’ l’essere viva: come sapevi scomporre il rumore di sottofondo nell’armonia di singoli suoni, cosi’ come l’oggetto piu’ apparentemente inosservato sullo sfondo prendeva forma davanti ai tuoi occhi ed era motivo di sorpresa e felicita’. Come eri cosciente del flusso di emozioni che ti circondava, e il riconoscere i sentimenti (il dolore come la gioia, l’angoscia come la serenita’) ti rendeva viva, ti dava felicita’ e -forse non te ne rendevi conto, ma e’ cosi’- ti rendeva invulnerabile.
Di te ricordero’ il cuore gentile, la dolcezza che affiorava da tutti i tuoi scritti.
Ricordero’ la madre. Il cogliere quelle loro piccole espressioni che sciolgono il cuore, che condividevi con noi. Ricordo un post – uno dei primi, uno dei piu’ crudi - in cui l’immagine di Hopper dell’esterno di una casa dopo il tramonto racchiudeva il momento in cui rimboccavi le coperte ai tuoi bimbi che andavano a dormire; mi pare ancora di vedervi.
Mi hai insegnato, ed io da te ho imparato, a guardare l’arte con il cuore. A sprofondare in un colore, o a sfumare i dettagli nella foschia di un’immagine in lontanza che l’anima riconosce. Ancora di piu’, a trovare pace in un cambio di luce, ad allargare il cuore notando quanto e’ intorno a me (ieri erano le linee rette, infinite dei cavi telefonici, che tracciano la via senza sbaffature, senza dubbi, ben oltre i limiti del mio sguardo).
Ti prometto che ci provo, a viverla la vita e non solo lasciarla scorrere. A crescere quello che mi hai insegnato, e passarlo poi, se posso, anche a mia figlia. Cosi’ non ti dovro’ dire addio mai. Cosi’, credo, ti piacerebbe.
Grazie, cara.
2/25/2008
Qualche giorno fa, guidavo in un giorno freddissimo; luce cristallina. Sola in macchina, avevo qualche ora davanti soltanto per me. Ed eccomi, nella fila centrale di un’autostrada a sette corsie. Risucchiata.
Questo pensavo: che le emozioni, vent’anni fa, erano spumeggianti e tumultuose. Qualcosa che travolge. Adesso, sono un lago fermo, scuro e lucente. Acqua fredda, che senza un’increspatura inghiottisce e si richiude sopra la testa. E mentre continuo a scendere piano piano, intorno si fa scuro ed i rumori si ovattano. Io ho gli occhi aperti e una pressione che cresce; un peso di piombo nel cuore.
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