La mia amica L.

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Foto di Michael Ging

Ci siamo conosciute in una terra di nessuno. Io italiana, lei dal Nord dell’Inghilterra (la regione dei grandi laghi, ne va fiera). Alle spalle aveva la morte recente di sua madre. Una grande casa di famiglia ormai vuota, mobili coperti, il servito da the’ a fiori di sua madre, ricordi di pane tostato, lemon spread e the’ caldo al ritorno da passeggiate a cavallo. Davanti non guardava. Quando la conobbi, tre anni fa, aveva lasciato un lavoro all’universita’ di Londra  ed era approdata nel sud degli Stati Uniti tra le braccia di un amore biondo da poco conosciuto. Ripensandoci adesso, credo che allora volesse soltanto partire, non importa per dove, e nascondersi nel presente, senza passato ne’ futuro.

Ci siamo conosciute ad una festa di Natale. Si e’ presentata, poche parole e un numero di telefono. Qualche giorno dopo eravamo in macchina insieme, un’ora di guida verso una citta’ vicina con un piccolo circolo del cinema in periferia che non proietta film hollywoodiani; credo che quella sera guardammo Vera Drake. Da allora di parole ne seguirono tantissime. Andai spesso a trovarla nella casa in cui viveva, la casa del suo uomo. Il giardino incolto un parcheggio di mezzi agricoli, la vernice bianca che si staccava dalle assi di legno del portico. La casa in cui gli uomini di quella famiglia entravano senza bussare, senza scuotersi la terra dagli scarponi, e andavano diretti al frigo a servirsi una birra. Casa di cui lei e’ sempre stata ospite, non padrona. Ricordo che andavo a trovarla spesso, quando lui era fuori. Tra il rumore incessante del condizionatore alla finestra e il caldo soffocante, sceglievamo il secondo, e poi uscivamo, gia’ sudate, a camminare nel pascolo di terra rossa, argillosa, fino al torrente. Lei magra, pallida e bionda con il blu stanco degli occhi era allora all’ultimo mese di gravidanza; mia figlia sarebbe nata dopo altri sei mesi invece, ma io avevo perso l’equilibrio sotto il peso di quelle nausee possenti, l’avversita’ schiacciante di quell’angolo di mondo e il caldo opprimente all’inizio di un’estate interminabile.

E dopo, sono stata io a prendermi cura di lei. Veniva a casa mia e le facevo trovare un letto fresco ed una camera in penombra. Anche i bambini giocavano piano quando lei riposava. Quando si svegliava, un the’ caldo e qualcosa di dolce. Era allora che, a volte, piangeva e raccontava di lui. E non c’e’ molto da dire o da fare, anche se dentro pensi che lei non appartiene a quei luoghi, quell’uomo e quella vita. Lasci che racconti, le riempi la tazza di the’ e, quando le lacrime sono asciutte, la porti fuori, a vedere qualcosa di bello. E la guardi sorridere.

Dopo il mio trasloco ci siamo perse. Poche telefonate dalle linee capricciose lasciano poco spazio alle parole sentite, figuriamoci ai silenzi. Ma ha una forza nuova, che non aveva quando l’ho conosciuta, e non sapeva di avere nell’anno seguente: Leanda e’ madre.

3 comments so far

  1. Horion on

    Molto bella questo tuo racconto …. mi piace molto leggerti ….

    Horion

  2. cicala06 on

    Horion, non ci sono mai e sono la peggiore padrona di casa che si possa immaginare. Ma grazie delle visite!

  3. rapida on

    Abbiamo lo stesso sentimento di protezione e d’immedesimazione, forse.
    Da un blog si capisce poco, ma io credo di capire.
    Perfortuna qualcosa ci arresta.
    Perfortuna.
    Ci ho messo del tempo a ritrovarti, cercavo cicala 2, tre, non sono persona
    ordinata. Ecco.


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